Libia: nuovi raid della Nato, il futuro nelle mani delle tribù

TRIPOLI, 26 APRILE – Continuano le operazioni degli alleati in Libia, dove un nuovo attacco della coalizione guidata dalla Nato avrebbe colpito il bunker di Gheddafi.

La notizia sarebbe stata riferita, oggi, da Mussa Ibrahim, portavoce del governo libico, il quale ha sottolineato anche che, durante il raid sarebbero morte tre persone.

Nella serata invece, secondo quanto riferito da un giornalista dell’Afp, sarebbero state udite diverse esplosioni nella capitale libica, Tripoli, sorvolata dai caccia della Nato. Le esplosioni sarebbero state seguite da altre più lontane. Impossibile, però, sapere su quali bersagli fossero indirizzate.

A Misurata, invece, il bilancio, riferito da un medico del principale ospedale della città, Foad Aodi, sarebbe di ben 25 morti e oltre 100 feriti, gli Stati Uniti poi, hanno lanciato, nel pomeriggio, il primo attacco con drone. Lo riferisce il Pentagono.

Foad Aodi, presidente dell’Amsi, Associazione di medici di origine straniera in Italia, aggiunge che: “I medici libici raccontano anche di numerosi altri feriti all’ospedale della città, dove c’è mancanza di medicinali, strumenti chirurgici e personale sanitario”. Aodi si fa quindi portavoce del messaggio dei camici bianchi libici, che “chiedono aiuto alla diplomazia internazionale”, giacché la situazione in Libia “sta peggiorando”.

Ora, Misurata è libera, ma il suo futuro è alquanto incerto, poiché il destino della città, sotto assedio da settimane, è ora in mano alle tribù, dopo la ritirata delle truppe di Gheddafi. Quest’avvenimento, accolto con entusiasmo al termine di un’altra giornata di morte e sangue, da parte dei ribelli, diviene comunque motivo di riflessione e interrogativi degli stessi ribelli.

Una notizia, quella della ritirata delle truppe del rais, che arriva nel giorno in cui la Nato ha intensificato i raid su Tripoli e gli Usa hanno deciso di lanciare i primi attacchi con i droni. Il risultato della prima missione dei ‘predator’ è stata la distruzione di un lanciarazzi multiplo delle forze di Gheddafi nei pressi di Misurata.

A dare l’annuncio del cambio di strategia, nella notte, è stato il viceministro degli Esteri libico Khaled Kaim, che sottolinea che sotto la pressione dei raid Nato, “la soluzione chirurgica non funzione”. Da qui la decisione di affidare alle tribù il compito di “parlare con i ribelli” e porre fine “con le buone o con le cattive” al conflitto. Una decisione, secondo alcuni, “imposta” dalle tribù, il segnale cioè che anche le più fedeli hanno deciso di voltare le spalle al rais, di fronte a combattimenti che stanno mettendo in ginocchio la popolazione.

Un segno, questo, di un Gheddafi sempre più solo, come rileva Idris al-Senussi, nipote del re libico deposto dal rais, che ha dovuto cedere agli ultimatum dei gruppi tribali. Oppure, come rivelano alcune testimonianze raccolte dalla France presse a Misurata, un improvviso cambio di testimone sul campo. Non più truppe verdi ma civili, combattenti senza divisa che impugnano le armi e combattono: truppe tribali.

E questo, insieme agli agguati fatti oggi dalle truppe di Gheddafi mentre si ritiravano da Misurata (c’e’ anche chi riferisce di stupri di bambini e mine antiuomo), spiegherebbe anche il pesante bilancio di morti e feriti della giornata. La cosa sicuramente certa è che il rais, l’ordine di ritirarsi, ai suoi fedeli, l’ha dato. E l’ha testimoniano uno di loro, Khaled Dorman, ferito e catturato dagli insorti. “Ieri – ha assicurato – ci hanno detto di ritirarci”.

Accanto ai combattimenti – le forze pro – Gheddafi hanno preso il controllo di Yafran, cittadina nella regione delle Montagne occidentali, e dove il regime porta avanti anche il lavoro diplomatico, alla ricerca di contatti che l’aiutino a sbloccare la situazione. Il primo ministro libico Al Baghdadi ha avuto oggi un colloquio telefonico con il premier greco, al quale ha denunciato “l’aggressione dei colonialisti crociati”, e uno con il ministro degli esteri russo per valutare il ruolo di mediazione che potrebbero svolgere i due paesi.

Sonia Bonvini

 

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