Lavoro, ma qual è la soluzione?

65,1%. È questa la percentuale di disoccupazione giovanile in Calabria, che le permette di superare la Sardegna (56,4%) e la Sicilia (55,9%). Non si esagera affatto se, guardando questi dati, si parla di una vera e propria crisi lavorativa, che riguarda in primis le regioni del Sud e le isole. Quello che fa innanzitutto riflettere è la forbice con il Trentino-Alto-Adige, che è di ben 24 punti. Roba non da poco. Si può parlare di tessuto produttivo fragile e di un sistema poco propenso all’innovazione, ma di sicuro sarebbe fin troppo facile ridurre il tutto al solito divario e dualismo Nord-Sud. Insomma, in parole povere, la soluzione qual è? O, quantomeno, quale può essere?

Un punto di partenza da cui ricominciare può essere rappresentato dalle tradizioni. Ci stiamo riferendo a un qualcosa che si tramanda di generazione in generazione. I figli imparano il mestiere dei genitori e diventano custodi di quei capisaldi e di quei segreti di una comunità. La famiglia quindi torna al centro di tutto. Questa è la principale reazione alla fuga, all’abbandonare tutto e all’emigrazione. Perché non bisogna mai perdere la fiducia e la rassegnazione deve lasciare il posto all’entusiasmo e alla voglia di fare. Questo, senza alcun dubbio, comporta però dei sacrifici e delle rinunci importanti. Ma è così che il Sud e il suo popolo possono ripartire.

Non va affatto dimenticato il ruolo della politica. Qualche decisione e qualche intervento è assolutamente necessario. Ed è per questo che la regione Calabria ha deciso di investire 280 milioni per creare 13mila posti di lavoro. Un vero e proprio piano occupazionale, reso inevitabile dalla situazione di emergenza. L’obiettivo, oltre a quello di creare occupazione, è quello di contrastare la povertà e il disagio sociale. Si tratta di un primo passo, ma la strada da intraprendere è questa. Perché nessuno, in momenti del genere, può fuggire dalle responsabilità e dai compiti che gli spettano.

 

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