Protesi al seno Pip, incubo globale. La mappa paese per paese

Continua a far discutere il caso di caratura internazionale sulle protesi al seno difettose prodotte dalla  società francese PIP. Ad essere incriminato il gel utilizzato, che secondo alcuni studi potrebbe essere cancerogeno anche se vi è da precisare non vi è al momento una corrispondenza certa tra il rischio di cancro e le protesi, ma vi è un pericolo pressoché accertato sulle possibilità di rottura degli impianti, che per Parigi si verifica nel 5% dei casi.

La diffusione del “prodotto” su scala globale sta facendo crescere giorno dopo giorno il numero degli stati interessati. E le istituzioni competenti, paese per paese, stanno approntando soluzioni per dare risposte ai crescenti timori delle migliaia di donne coinvolte.

Non solo europee: dalla Francia, Danimarca, Spagna, Italia, ma anche Brasile, le 300 mila donne di 65 diversi paesi hanno lo stesso tipo di protesi, ma la diversità e la  non omogeneità dei sistemi sanitari dei vari paesi non consente un’uniformità di soluzioni.

La maggior parte delle protesi sarebbe stata impiantata in Gran Bretagna, Francia e Brasile, mentre in altri Stati come la Germania non sono disponibili ancora dati certi.

I Ministeri della Salute di Spagna e Repubblica Ceca ad ora hanno consigliato alle interessate di consultare il medico che le ha operate.

È, infatti, dell’ultima ora, la notizia secondo cui anche la Germania dopo la Francia ed il Venezuela ha consigliato l’asporto degli impianti a rischio rottura.

Le sole Gran Bretagna, Francia e Venezuela per il momento garantiranno la rimozione delle protesi a carico del servizio sanitario nazionale a tutte le donne che ricorreranno alle strutture pubbliche. Si stima che il costo per la sola mutua francese sarà pari a 60 milioni di euro. In Italia e in Belgio le spese saranno pagate solo se necessario.

Ma gli esperti già sconsigliano l’eliminazione di massa, anche per i rischi legati all’intervento e all’anestesia.

Vi è da dire che Jean-Claude Mas, fondatore della società francese produttrice, ha parlato di contro verità ed ha negato sin da subito i rischi per la salute.

Il “silicone” utilizzato dalla PIP per le protesi mammarie sarebbe una gelatina nella quale sarebbe stata riscontrata la presenza di additivi impiegati nell’industria petrolchimica e poco compatibile con il corpo umano e che peraltro non sarebbe mai stata testata sull’uomo.

Tra le sostanze individuate risulterebbero resine utilizzate per produzioni come quella di carburanti, gomma, computer. Peraltro, v’è da specificare che è stata proprio la società Pip di Seyne-sur-Mer di Marsiglia che con la pubblicazione della composizione ha fatto generare un’ondata di panico collettiva tra le 300 mila donne che si sono fatte impiantare le protesi mammarie.

Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, pertanto, sta continuando a raccogliere denunce e segnalazioni che sono già giunte numerose da ogni parte d’Italia, al fine di avviare tutte le azioni utili per la tutela dei cittadini interessati da questo scandalo da ogni pregiudizio subito per ottenere il relativo risarcimento del danno in qualsiasi sede per qualsiasi fatto illecito, civile o penale.

Giovanni D’Agata

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